LA "FINE" DEL PETROLIO (E DELLA
CIVILTÀ)
Occupandomi da oltre 15
anni di problemi
globali e avendo scritto anche un voluminoso libro
sull'argomento del futuro e della fine
della nostra civiltà tecnologica, MONDI FUTURI. Viaggio
tra i possibili scenari (di cui trovate online sia l'indice con prefazione sia il testo completo), conosco bene,
purtroppo, tutto ciò di cui parlerò in forma
divulgativa in questo articolo esauriente e aggiornato.
Introduzione
Nel libro in questione, si evidenzia come esistano solo due tipi di catastrofi che hanno,
allo stesso tempo, la possibilità di "spazzare via" quasi
all'improvviso la maggior parte del genere umano e che hanno una
probabilità non trascurabile di verificarsi in qualsiasi
momento: si tratta di una pandemia
altamente letale dovuta a un virus naturale o modificato in
laboratorio dall'uomo, oppure una guerra
termonucleare globale (Menichella,
2005). Ci sono
tantissime cose interessanti e non note al largo pubblico da
dire riguardo questi due tipi di eventi -- oppure su altre serie
minacce per la nostra società, sul
superamento di
"soglie critiche" a livello planetario, sulla fine della civiltà e della
nostra specie, etc. -- ma non lo farò perché ne ho
già parlato diffusamente nel mio libro e perché
ciò mi
porterebbe ora fuori tema.
Il problema che invece illustrerò nel seguente articolo è
quello senza alcun dubbio più
urgente e grave (come risulta ben chiaro
a chi si occupa dell'argomento) che la nostra
civiltà
tecnologica e globalizzata si trova -- e si troverà sempre
più velocemente e drammaticamente -- ad affrontare per tentare
di rimandare la sua fine (o la scomparsa di gran
parte dell'umanità): parliamo del "picco del petrolio", che è
una cosa un po' diversa dalla fine del petrolio, ma che in pratica si
può considerare quasi equivalente. Infatti, è la sempre
maggiore difficoltà a comprare il petrolio dato il suo prezzo medio sempre più alto
che causa di fatto la sua crescente "indisponibilità" (con tutte
le sue gravissime conseguenze che analizzeremo), più che il
minor
petrolio esistente in sé. E se il rialzo del prezzo
medio del petrolio negli ultimi anni fino al 2005 è dovuto
più a un eccesso di domanda
(e quindi di salute del sistema), dal 2005 è dovuto invece a un
principio di shock dell'offerta,
in quanto siamo appunto al "picco del petrolio", cui segue il declino.
Figura 1.
Il ritmo di crescita esponenziale registrato nell'ultimo decennio dal
prezzo del petrolio con l'avvicinarsi al cosiddetto "picco di Hubbert", cioè
il picco della produzione mondiale di petrolio, che in
realtà
più che un picco appuntito è un plateau leggermente
decrescente
iniziato nel
2008,
cui seguirà nei prossimi anni un declino più marcato
nella produzione mondiale. (fonte: ASPO Newsletter, marzo 2009)
La
verità sul picco del petrolio
Ma cos'è il cosiddetto e famigerato picco del petrolio?
Semplice,
premesso che il petrolio è una risorsa naturale di
fatto non
rinnovabile
sui tempi scala umani, la quantità di petrolio "prodotto"
(cioè estratto, raffinato e immesso sul mercato) NON è
rappresentata, nel tempo, da una curva sempre crescente o quasi --
quale invece è la curva dei consumi di una società liberal-capitalistica
come la nostra, basata sull'espansione economica quasi-continua, pena
la recessione o anche peggio -- bensì da una curva con una
forma
vagamente simmetrica e "a campana",
che come una montagna ha un picco
-- detto "picco del petrolio" o anche "picco
di Hubbert" -- all'incirca a metà, cioè quando
sostanzialmente una metà del petrolio estraibile è stato
estratto. Come vedremo, una volta superato il picco di Hubbert iniziano
per la nostra società dei problemi
insormontabili, perché il petrolio che può essere
estratto e immesso sul mercato diminuisce sempre più
rapidamente, mentre la domanda da consumi tende a crescere.
Figura 2. Il "picco del petrolio", o
"picco di Hubbert", è in pratica il picco più alto,
collocato intorno al 2008, che vediamo in questo grafico che
rappresenta la produzione
mondiale cumulativa di petrolio+gas naturale (il petrolio si distingue
in convenzionale e in "non
convenzionale", la cui estrazione è molto più difficile e
costosa: pesante, da giacimenti
marini profondi o polari, etc.). (fonte: ASPO Newsletter,
marzo 2009)
Secondo le maggiori autorità mondiali (e, soprattutto, fonti del
tutto indipendenti) in questo
campo -- ovvero il geologo petrolifero Colin Campbell, Kjell
Aleklett e altri esperti dell'ASPO (Association
for the Study of Peak Oil and Gas) -- oggi noi saremmo sopra il
picco del petrolio: anzi, secondo i dati e vari "segnali", lo avremmo appena superato,
e ciò sarebbe avvenuto nel 2008.
Infatti si vede bene che si è superato il picco
solo
un certo tempo dopo che si è oltrepassato, quando
la
situazione ha assunto già un carattere catastrofico
o quasi: lo si può
notare, infatti, dal solito grafico del petrolio prodotto, sotto forma
di un netto massimo (o, come sta avvenendo in questo caso, di un massimo
non troppo pronunciato seguito da un pianerottolo
più o
meno regolare) seguito da un chiaro inizio di declino. Ad ogni modo, il
fatto che ora siamo sopra il picco o
nelle sue immediate vicinanze, è fuori
discussione: oltre il 95% dei modelli (elaborati da gruppi di
esperti
diversi) prevede il picco tra il 2008 e il 2010.
Il concetto di picco
del petrolio, infatti, si applica pure alla produzione di petrolio dei
singoli Paesi o dei singoli pozzi. Ebbene, dei 65 Paesi del
mondo
maggiori produttori di petrolio, la maggior parte hanno già
superato il
picco di
Hubbert (ad es., la Russia lo ha superato nel 2007) e dunque la loro
produzione
è in declino, mentre
per gli altri è solo questione di tempo. In
pratica, il grosso della produzione mondiale deriva da pochi giacimenti
giganti scoperti molto tempo fa, e tre
dei quattro giacimenti giganti più grandi del mondo
(Daqing in Cina, Cantarell in Messico, Burgan in Kuwait) sono
già in declino, mentre il quarto (Ghawar, in Arabia Saudita)
sembra prossimo a oltrepassare il
picco. Essi sono
oggi i soli giacimenti petroliferi in grado di produrre 1
milione di barili di petrolio al giorno, ma fino a quindici anni fa
erano
15. Quando anche gli ultimi
Paesi supereranno il
picco del petrolio, inizierà purtroppo un marcato
declino della produzione
mondiale, e con esso il veloce cammino verso una probabile catastrofe.
Tabella 1. Le migliori stime disponibili dicono che
il picco di Hubbert a livello mondiale per il petrolio (+ gas naturale)
è stato raggiunto nel 2008, e che il declino della produzione
sarà alquanto rapido. (fonte: ASPO Newsletter, marzo 2009)
Non ci sono "paracadute", perché le scoperte di
nuovi giacimenti nel mondo hanno raggiunto un massimo negli anni
Sessanta e sono nettamente in calo da
decenni,
nonostante i notevoli miglioramenti delle tecnologie per la prospezione
petrolifera. Anche il forte aumento dei prezzi negli anni Settanta
conseguente alla grave crisi petrolifera del '73 (di natura
geopolitica) non è stato sufficiente a invertire la tendenza.
Ormai si stanno già largamente sfruttando anche i
grandi giacimenti di petrolio "pesante", quelli marini
profondi e restano da scoprire solo le "briciole", o poco
più. L'80% del petrolio che consumiamo è stato scoperto
prima del 1973. Oggi, per sei barili di petrolio consumati viene
scoperto un solo nuovo barile,
e l'esplosione della
domanda da parte di Paesi super-energivori come la Cina
peggiorerà tale rapporto. Perfino scoperte inattese -- che
comunque appaiono improbabili -- posporrebbero i
problemi di qualche mese, ma
ben poco cambierebbe nel quadro generale.
Figura 3. La curva delle scoperte di nuovi
giacimenti petroliferi ha un massimo negli anni Sessanta. Oggi le nuove
scoperte sono largamente inferiori ai nostri consumi e alla domanda da
consumi futura. (fonte: Association for the Peak of Oil and Gas)
Si
potrebbe a questo punto ingenuamente
pensare che "basti" aumentare la
produzione, cioè la capacità di estrazione e
raffinazione. Il punto-chiave, tuttavia, è che la produzione di
petrolio da un dato giacimento diviene progressivamente più
difficoltosa (e costosa) via via che si estraggono percentuali
maggiori
della riserva recuperabile: in altre parole, è relativamente
facile estrarre la prima metà del petrolio di un pozzo,
cioè quello a sinistra del picco di Hubbert, ma non si
può dire lo stesso per la seconda metà. Pertanto, il
picco del petrolio si verifica quando si raggiunge la massima
capacità di produzione possibile a causa di tali
difficoltà; dopodiché, l'incremento degli investimenti in
ricerca di nuovi giacimenti e nello sviluppo di nuove infrastrutture
estrattive permesso dai prezzi del petrolio più elevati NON si
traduce più in un incremento della produzione, ma riesce
al
massimo a stabilizzare per un po', prima dell'inevitabile
declino, il livello di produzione raggiunto al picco di Hubbert.
Perché
andiamo verso una catastrofe
La nostra civiltà tecnologica è fondata sul petrolio, che direttamente o
indirettamente entra in tutti i settori dell'economia: ad esempio,
l'agricoltura moderna dipende dal
petrolio sia come combustibile per i macchinari agricoli che per la
produzione
di fertilizzanti e pesticidi. Quasi non c'è
prodotto della nostra vita quotidiana -- plastica, giocattoli,
borse,
computer -- o servizio, che non sia collegato a un qualche derivato del petrolio. Ma
soprattutto, i
prodotti raffinati del petrolio (benzina,
gasolio, kerosene, etc.) rappresentano in pratica l'unica forma di carburante usata
oggi (e l'unica utilizzabile su vasta scala per almeno altri 10-20
anni) per il trasporto sia dei beni (con camion, aerei, navi) sia dei
lavoratori (con automobili, autobus, treni). Infine -- ma non meno importante --
una gran parte dell'energia
elettrica usata nel mondo è ricavata bruciando combustibili
ottenuti dalla raffinazione del petrolio, oppure altri combustibili
fossili il cui prezzo e la cui durata sono legati a quelli del
petrolio.
La catastrofe è dovuta al fatto che tutto avverrà in tempi molto rapidi, impedendo
ogni reale adattamento alla mutata situazione e frustrando, di fatto,
ogni tardivo tentativo di mitigazione delle
conseguenze. Infatti, una
volta
ben superato il picco del petrolio a livello mondiale, avremo una
chiara e
crescente divergenza tra la curva di produzione del petrolio
da una parte (che vedrà un declino sempre più accentuato)
e la curva della domanda
dall'altra, che in un
sistema liberal-capitalistico come il nostro fondato totalmente
sull'economia del petrolio cresce (e "deve" crescere), pena il rischio
di collasso
dell'economia stessa e della civiltà. Tale divergenza, a causa
dell'andamento di queste due curve -- una decrescente (o stazionaria) e
l'altra
crescente
(grosso modo al ritmo del 2% l'anno) dominata dalla domanda di petrolio
di Cina e Asia -- tenderà, da
un certo punto in poi, a diventare insostenibile
(nel 2030 la domanda cinese di energia
sarà del 50% più alta, e
ogni anno la Cina inizia a usare decine di milioni di nuove automobili).
Figura 4. La divergenza rapidamente
crescente tra la curva della domanda del petrolio e la curva della
produzione del petrolio (+gas) -- che fino al picco di Hubbert crescono
di pari passo -- a un certo punto dà luogo a una situazione
potenzialmente catastrofica.
Ciò si rifletterà inevitabilmente sul prezzo del petrolio, che
tenderà a crescere con un ritmo esponenziale, in
quanto in alcuni suoi utilizzi esso risulta di fatto
insostituibile,
tanto
più in un arco di tempo inferiore a 10 o più anni (a
seconda dei suoi singoli impieghi), per cui verrà acquistato
anche a
prezzi assai più alti. Già oggi la curva del prezzo del petrolio, che
su scale temporali brevi e medie fluttua molto a causa di fattori
geopolitici,
speculativi, etc., nascondendo il trend sistematico di fondo, invece su
una
scala temporale più lunga
(anni) è ben descritta da una curva di tipo esponenziale
(Urso, 2006), andamento
dovuto negli ultimi anni (peraltro con modesta inflazione, che dunque
non incide granché)
proprio all'avvicinarsi del picco di Hubbert. La semplice estrapolazione nel futuro di tale
curva -- che
tenderà tanto più a crescere a ritmo esponenziale una
volta ben superato il picco di Hubbert -- mostra come la tendenza sia
di arrivare in poche decine di mesi a prezzi stellari,
chiara "anticamera" di una catastrofe.
Figura 5. La curva esponenziale che
ben interpola i dati sul prezzo del petrolio dal 1999 al 2006
può essere estrapolata nel futuro dando preziose (e,
soprattutto, inquietanti) informazioni sulla rapidità di
crescita del prezzo del petrolio nel futuro. Questo grafico fa intuire
molto bene come la nostra civiltà tecnologica vada verso un
vicino "crash".
(fonte: elaborazione dell'autore su formula interpolante di A. Urso,
2006)
Non si tratta, purtroppo,
di fantascienza. La "forbice"
tra domanda e offerta
mondiale di petrolio sta realmente per iniziare ad allargarsi. Da una
parte, la domanda di petrolio
cresce
tendenzialmente del 2% l'anno, spinta soprattutto dalla domanda di Cina
e India. Dall'altra parte, l'offerta
di petrolio nel mondo non aumenta da circa due anni, e anzi è
in leggera diminuzione
perché probabilmente si
è già raggiunta la massima capacità di produzione
possibile (cioè il picco di Hubbert): perfino il Medio Oriente
non è in
grado di garantire non solo l'aumento della produzione, ma neppure il mantenimento dei livelli
attuali. Si prevede che nei prossimi anni -- verosimilmente già
dopo il 2010 -- l'offerta di petrolio diminuirà
a un ritmo grosso modo dell'ordine del 4% annuo (tipico dei pozzi
all'inizio del loro declino). Tanto che perfino la sempre
"super-ottimistica" -- e, per ragioni su cui non mi dilungo, di solito
poco attendibile -- International Energy Agency (IEA) è stata di
recente costretta ad ammettere la gravità della situazione e ad
ipotizzare un collasso
dell'offerta entro il 2015.
In realtà, il declino
della produzione del petrolio sarà assai più rapido di quanto
usualmente previsto perché pochi considerano il fatto che,
specie dopo il picco di Hubbert, per estrarre il petrolio -- dunque, a
parità di risorsa estratta -- occorre sempre più energia,
per cui il petrolio netto
disponibile sarà ben inferiore
a quello prodotto, dal momento che: petrolio
netto = petrolio estratto
- petrolio impiegato per l'estrazione.
Se negli Stati Uniti (dove il picco del petrolio c'è stato nel
1970 e dunque ciò ci dà informazioni su quanto
succederà presto a livello mondiale) nel 1930 ci voleva un
barile di petrolio per estrarne 100, cioè il rapporto era di 100:1, negli anni Settanta era
già calato a 30:1 e nel 2000 a 11:1.
In pratica, ciò equivale a descrivere il picco del petrolio con
l'asimmetrica "curva di Hubbert netta"
al posto della solita (simmetrica e semplicistica) curva di Hubbert.
Ciò fa anche capire come NON sia tanto importante quanto
petrolio
rimane all'umanità, bensì quanta energia netta possiamo
ancora ricavarne per unità investita (il cosiddetto EROI, Energy Return on Investment).
Figura 6.
La cosiddetta "curva di Hubbert netta", che ci mostra come il declino
del petrolio
davvero disponibile per la società, cioè "netto", sia in
realtà molto più rapido di quanto previsto dalla
tradizionale curva di Hubbert "lorda". (fonte: The Oil Drum)
Cosa
succederà più nel dettaglio
Tutto ciò porta inevitabilmente ad almeno un "super-picco"
del prezzo del petrolio (il primo si è verificato nella prima
metà del 2008), che, non essendo evidentemente sostenibile se
non per
brevissimo tempo, provoca una recessione
(non a caso la più grande crisi finanziaria degli ultimi 80 anni
ha raggiunto un punto minimo a fine 2008) che taglia la domanda e
riduce per un po' la pressione sul prezzo. A questo
primo
ciclo possono seguire più cicli
di apparente ripresa economica (e/o relativa speculazione finanziaria)
fino al raggiungimento di nuovi picchi del prezzo del petrolio poi
seguiti da nuovi crolli, e così via. Un plausibile scenario
per i prossimi mesi/anni prevederebbe, quindi, un circolo vizioso fatto di Shock da prezzo del petrolio - Recessione
- Collasso del prezzo del petrolio - Ripresa economica - Shock da
prezzo del petrolio. Diminuendo a ogni nuovo picco del prezzo la
capacità produttiva di petrolio e la "soglia di dolore" della
società, si innesca inoltre una spirale
ribassista di
estrema pericolosità.
Negli anni Ottanta, la cosiddetta spare
capacity -- cioè la riserva
di produzione di petrolio inutilizzata disponibile per far
fronte a "imprevisti" (ad es. piattaforme off-shore danneggiate da uragani,
guerre locali che coinvolgono Paesi produttori, dannegggiamento di
oleodotti da parte di terroristi, etc) -- era del 15%: cioè,
l'offerta di oro nero era del 15% superiore alla domanda. Nel 2008,
invece, la spare capacity era
già
scesa al 3% a causa dell'aumento della domanda a fronte di
un'offerta di petrolio praticamente ferma su un valore costante. Ma
più la spare capacity si avvicina a 0 e più la domanda è
vicina all'offerta, e quindi più elevate sono le fluttuazioni di prezzo del petrolio
sovrapposte al trend di
fondo: a provocarle, è sufficiente un imprevisto tipo quelli
citati prima. Quando poi, a un certo punto, la "forbice" tra domanda e
offerta (mostrata in Fig. 2) si apre perché la domanda
diviene costantemente superiore all'offerta -- cioè la spare capacity diventa "negativa" -- cominciano i
guai seri.
Figura
7. Confronto
tra il petrolio consumato dall'OECD (organizzazione di Paesi
consumatori che include Stati Uniti, Europa, Canada, Giappone, Australia) e
il prezzo del petrolio. Si vede che nel 2005 il consumo ha un picco, in quanto la produzione
mondiale di petrolio raggiunge un plateau e, poiché la domanda
diventa maggiore dell'offerta (cioè la "spare capacity" diviene
negativa), il prezzo del petrolio schizza verso l'alto, deprimendo la
domanda e innescando una Grande Recessione. (fonte: The Oil Drum)
Quando infatti la domanda di petrolio sarà permanentemente superiore
all'offerta, l'intero sistema economico precipiterà in una crisi
energetica strutturale non
solo difficilmente superabile a breve termine, ma difficilmente
superabile tout-court e
gravida di pericoli, a cominciare dal rischio di un collasso sistemico. Difatti, un sistema
liberal-capitalistico come il nostro si basa (e, in particolare, il
sistema economico-finanziario si regge) su un'economia quasi
eternamente in espansione, cioè che accresce di anno in
anno il Prodotto
Interno
Lordo
(PIL). I
prezzi sempre più alti del petrolio e, a cascata, di un numero
sempre maggiore di beni e servizi, provocheranno d'altra parte un
marcato calo
del potere di acquisto delle persone, che taglieranno di conseguenza le
spese,
incidendo sui consumi. I profitti del sistema capitalistico verranno
quindi colpiti in due modi: dai costi
più alti e dalle minori
vendite. Ciò significa "recessione economica": una
situazione di crisi che, oltre una certa soglia di gravità e
durata, può avere effetti sistemici.
In pratica, con l'inizio
del declino nell'offerta di petrolio si
innesca una crescita dei prezzi che diventa sempre più
insostenibile, e dunque si
ha una contrazione
dell'economia, cioè una recessione. Secondo gli esperti
dell'ASPO, essa
non può che sfociare prima o poi nella Terza Grande
Depressione dopo quelle del 1870 e del 1930. Una depressione,
però, potenzialmente ancor più pericolosa di qualsiasi
altra del passato perché potrebbe essere da un certo punto in
poi -- e cioè da quando il prezzo del petrolio (o meglio, la sua
media a 12 mesi) non scenderà al di sotto di certi minimi
-- caratterizzata da stagflazione,
cioè da presenza di inflazione pur in un contesto di stagnazione
economica, ovvero di mancanza di crescita. Inoltre, l'incertezza e
la volatilità dei
prezzi del petrolio, eventualmente accompagnata dalla crisi
del credito,
potrebbe indurre le compagnie petrolifere a ritardare o cancellare costosi progetti di
ricerca e di estrazione del petrolio fondamentali per rendere quanto
meno più "dolce" il declino dei livelli di
produzione.
Una simile spirale di fondo ribassista conduce, dopo un periodo di incubazione in cui "ci si giocano
via via tutte le cartucce" per cercare di contenerla curando i
"sintomi" e non la vera causa della malattia, a una depressione
economica sempre più profonda,
in quanto dovuta a una causa
strutturale come il rapido declino dei combustibili fossili dopo
il picco di Hubbert. Ciò significa, da una parte, il palese
raggiungimento dei cosiddetti "limiti
naturali" della crescita e, dall'altra, il fallimento della
nostra economia di crescita:
una situazione che, portando i sistemi economico-finanziari e
socio-politici locali e globali sempre più verso critici "punti
di rottura", non potrebbe durare a lungo senza che si inneschi una nuova dinamica, verosimilmente
catastrofica. Anche perché, come illustrato in alcuni articoli
di The Oil Drum citati nella
bibliografia, il declino della produzione del petrolio
comporterà, fra l'altro, una rapida e devastante svalutazione delle monete e degli asset tradizionali, poiché
l'unica "vera moneta" sarà l'energia.
Il
rischio del "crac" finanziario globale
Perché in questa Terza Grande Depressione si rischia seriamente il collasso del
sistema economico-finanziario? La ragione è che, soprattutto
negli Stati Uniti, e specie negli ultimi anni, le banche hanno prestato
più di
quanto avevano in deposito, concedendo con facilità dei
mutui-casa
a quel 25% della popolazione americana più povera che non poteva
offrire adeguate garanzie (i famosi "mutui
sub-prime"). Ciò
confidando nel fatto che l'espansione
di domani avrebbe coperto il debito
di oggi, senza rendersi conto che l'espansione economica
è stata in passato
possibile proprio grazie al
crescente flusso di energia a basso prezzo basata sul petrolio. Negli
Stati Uniti, tutto ciò ha funzionato fin quando il costo
dell'importazione di petrolio è stato compensato dall'espansione del
credito domestico. Ma il declino della produzione di petrolio,
invertendo
la direzione di tale flusso e dunque trasformando l'espansione economica in una contrazione
economica, ha minato alla base
questo criticabile
meccanismo.
Infatti, più la causa di una recessione economica è
seria, e più tende a portare
allo
scoperto le distorsioni di un modello capitalistico "drogato"
fino all'inverosimile. Ne abbiamo avuto un "assaggio" nella crisi globale
iniziata alla fine del 2007, in cui l'esplosione dell'enorme "bolla del credito"
creata dai mutui facili ha travolto dapprima il sistema bancario, e
poi, via via, tutto il resto. Infatti, la speculazione al ribasso sui mercati
azionari, dopo aver
attaccato le banche effettivamente in crisi, si è allargata a
quelle sane e "liquide", e poi un po' a tutti i settori della Borsa, esaltando la gravità del
problema di fondo prima citato, la cui natura è invece
strutturale. Al punto che i
mercati, sempre più terrorizzati dal fantasma del crac globale,
sono
diventati totalmente illiquidi:
non c'era più fiducia nel prestarsi denaro, neppure tra le
banche stesse. Ciò ha provocato una stretta del credito concesso dalle
banche alle imprese, già sotto stress per il crollo dei consumi,
alimentando così, in una sorta di "spirale perversa", la
recessione stessa.
Figura 8.
Il crollo della Borsa
americana nella Grande Recessione iniziata nel 2007 (la più
seria degli ultimi 80 anni) a confronto con il grande crollo avvenuto
durante la Grande Depressione negli anni Trenta, che durò tre
anni. I dati si riferiscono, precisamente, all'Indice Dow Jones
Industrial. (i dati recenti sono aggiornati all'1/1/09)
Si è arrivati davvero vicini
al collasso, anche perché proprio in questa crisi senza
precedenti è risultato ormai chiaro come, sia nella "pancia"
delle banche sia, più in generale, nel sistema finanziario
mondiale, esista in realtà un potenziale "buco nero", una voragine che
può inghiottire tutto e tutti. Non ci riferiamo tanto ai "titoli tossici" con cui le grandi
banche americane hanno scaricato sui risparmiatori di tutto il mondo i
rischi assuntisi erogando mutui subprime,
bensì ai vari strumenti derivati frutto della nuova "ingegneria
finanziaria": in particolare, ai
cosiddetti Credit Default Swaps
(CDS), con cui
ci si protegge dal rischio che alcuni titoli (comprese le obbligazioni
"tossiche" con cui sono stati "cartolarizzati" i mutui subprime) non vengano onorati alla
scadenza. I CDS sono una "bomba" di gran lunga più pericolosa e
destabilizzante dei titoli tossici -- Warren Buffett li ha definiti
"un'arma di distruzione di massa che pone rischi mega-catastrofici per
i mercati finanziari" -- perché ammontano a 700 trilioni di dollari, una cifra astronomica, e
nessuno sa come siano distribuiti.
Le nazionalizzazioni di
grosse banche e di altri "attori" importanti in questo o quel settore,
nonché l'acquisto di asset
tossici, hanno momentaneamente
stabilizzato la situazione negli Stati Uniti e nel resto del mondo,
impedendo sia fallimenti a catena "eccellenti" soprattutto di banche e
assicurazioni, sia di scoperchiare il "vaso di Pandora"
dei Credit Default Swaps, cose che avrebbero
destabilizzato in maniera critica l'intero sistema. Il problema
è che tali "salvataggi" da parte degli Stati, compiuti proprio
nel tentativo di
impedire danni ben peggiori, fanno esplodere i debiti pubblici, incrinando la
fiducia di grossi investitori e piccoli risparmiatori nei titoli
obbligazionari con cui gli Stati finanziano i loro debiti. Dunque, se i
Governi non fanno i salvataggi si rischia il collasso dei mercati mondiali, a
cominciare dall'azionario; mentre, se i salvataggi li fanno, oltre
una certa misura si rischia invece un non meno grave default (cioè un fallimento,
da insolvenza o illiquidità) degli Stati medesimi. Quindi, in
entrambi i
casi si rischia in pratica il "crac"
del sistema finanziario globale.
Figura 9.
Il debito nazionale degli Stati Uniti (espresso in percentuale sul
PIL), dalla Grande Depressione fino al 2009. Si noti come quello verso
cui sta andando (secondo una previsione ottimistica del Governo
americano) sia un livello di indebitamento assai elevato, addirittura
prossimo a quello della Seconda Guerra Mondiale (oltre 100% del PIL), e
ben superiore a quello degli anni Trenta. (fonte: U.S. Treasury
Department)
Ma salvare le banche per
evitare il crac totale è
un'operazione dal costo immane.
Il prezzo pagato finora
(maggio 2009) dai contribuenti americani ed europei per accollarsi
attraverso gli interventi statali le perdite da "titoli
tossici" delle banche e risanarne un po' i bilanci evitandone il
fallimento, sfiora i 10.000
miliardi di dollari, quasi il PIL annuo degli Stati
Uniti. Tuttavia, ci sono ancora molte perdite
nascoste nei bilanci delle banche, camuffate con abili trucchi
contabili
e non venute allo scoperto grazie all'apparente ripresa
dell'economia. Perciò, in caso di nuove crisi -- come quella,
inevitabile, provocata dal declino della produzione di petrolio -- per
evitare l'effetto detonatore finale dei Credit Default
Swaps ci
si avvicinerebbe in realtà a pericolosi punti
di
rottura. La fase successiva, infatti, sarebbe la bancarotta di
più Paesi -- come successo già, nel
2008, alla piccola Islanda -- che, nel caso fossero di un "peso"
economico (negli Usa, la California, 12a economia mondiale, è in
bancarotta e altri 7 Stati
sono vicini), porterebbe presto, attraverso un effetto domino, alla catastrofe.
Previsioni a breve e medio termine
Per fare delle previsioni, occorre innanzitutto capire bene il
presente, e in particolare la ragione
della crisi economica iniziata nel 2007, la più grave
dell'ultimo secolo dopo la Grande Depressione degli anni Trenta.
L'origine di questa crisi viene di solito attribuita allo scoppio della "bolla" dei mutui-casa
americani. Ma con tale semplicistica
risposta, in realtà, si confonde un sintomo (il
default dei mutui subprime) con la causa.
Infatti, perché questa bolla è scoppiata? Qual è
la vera causa della crisi? La
risposta viene dal semplice grafico qui sotto, che mostra come gli
Stati Uniti siano entrati in crisi, trascinando con sé il resto
del mondo, perché la spesa per
il petrolio (espressa come percentuale del PIL) ha superato, in
quel Paese, una "soglia critica". L'ha superata perché, a causa
del picco del petrolio (o anche solo dell'avvicinarsi ad esso!) il prezzo del petrolio -- che l'America
consuma in gran quantità importandolo in gran parte da altri
Paesi -- è cresciuto più
rapidamente di quanto potesse crescere l'economia americana.
Figura 10. La spesa degli Stati
Uniti per l'acquisto di petrolio (in buona parte importato
dall'estero), espressa come percentuale del PIL. Si noti come, ogni
volta che l'alto prezzo del petrolio fa salire questa spesa oltre una
certa soglia -- posta intorno al 5,5% -- abbia luogo una recessione
economica. (fonte: The Oil Drum)
In pratica, per effetto del caro-petrolio
-- che, come abbiamo visto, è
a sua volta collegato al "picco del petrolio" e causa un aumento
generalizzato del prezzo di carburanti, energia, beni e servizi -- molti americani non solo
hanno dovuto tagliare i consumi,
ma non hanno avuto soldi per pagare il mutuo-casa, e ciò ha
causato altrettanti default,
facendo scoppiare la famosa "bolla" ed entrare il Paese in recessione.
Quindi, la
profonda crisi
iniziata nel 2007 risulta una diretta conseguenza del picco del petrolio, ed è
scoppiata negli Stati Uniti perché qui le famiglie sono state
incoraggiate a indebitarsi oltre le proprie possibilità. Nei suoi lucidissimi
articoli che oggi appaiono quasi profetici (Economic Impact of Peak Oil
- Part 2, 3),
il professor G. Tverberg aveva previsto quanto finora successo, e si
spinge oltre. Egli spiega che, senza
il petrolio -- o, equivalentemente, con il prezzo del petrolio
alle stelle, tale da impedirne sempre più l'acquisto --
l'economia non può crescere,
e senza crescita il nostro sistema economico, che è tutto basato
sul "debito", non può
funzionare.
Il debito (sotto forma di
mutui, prestiti, obbligazioni o altro) è infatti essenziale per
comprare una casa, per avviare un'impresa ed è altrettanto
prezioso nel mondo degli affari e nel commercio internazionale. In
un'economia in espansione
tipicamente i debitori riescono a ripagare
i debiti (con i relativi interessi) perché nel frattempo la loro
situazione finanziaria è migliorata
(in quanto le case si apprezzano, l'attività avviata è in
attivo, etc.), mentre i default rappresentano una frazione del tutto
trascurabile. Al contrario, in un'economia in contrazione, la situazione dei
debitori peggiora nel tempo, per cui non riescono a onorare i debiti e i default sono molti. Se non si
interviene sulla (vera) causa della contrazione economica, la
situazione peggiora sempre
più quanto maggiore è la durata e la gravità della
recessione stessa, finché non
è messa in dubbio la solvibilità
dell'intero Paese, cioè la sua
capacità di ripagare (con gli interessi) i debiti verso altri
Paesi, per cui a un certo punto scompaiono gli acquirenti dei Titoli di
Stato e si ha il default.
Difatti, l'aumento dei default
privati in un'economia in contrazione, mettendo a rischio banche,
assicurazioni, fondi pensione, etc., causa la restrizione del credito
(oltre che tassi di interesse più alti), perché nessuno
si fida più a
prestare denaro. Di conseguenza, si possono fare meno investimenti e
acquisti, tutto tende ad arrestarsi, e la contrazione dell'economia si autoalimenta. Inoltre, se lo Stato
interviene facendosi garante dei debiti, alla lunga aumenta l'inflazione, mentre se non interviene
si ha deflazione. Sul lungo termine, ripagare il debito in una tale
situazione diventa una "battaglia persa",
e l'instabilità del sistema raggiunge punti critici. Attualmente
siamo pericolosamente avviati su questa strada, perché, come
mostrano i grafici
di Eichengreen e O'Rourke, a livello mondiale la produzione
industriale, la caduta del
mercato azionario e la
riduzione del commercio stanno ricalcando
l'andamento che
portò alla Grande Depressione degli anni Trenta, anzi stanno
facendo anche peggio
(in particolare, l'Italia), né paiono incoraggianti gli altri indicatori economici
americani.
Figura 11.
La produzione industriale mondiale, confronto tra la crisi attuale e
quella degli anni Trenta. Il crollo dal massimo prodotto dalla
recessione iniziata a fine 2007 (simboli azzurri e verdi) è
praticamente analogo, finora, al crollo che ha portato alla Grande
Depressione (linea azzurra), durata 3 anni. (fonte: Eichengreen e
O'Rourke)
Secondo Tverberg, è evidente che la crescita non è più
possibile, per cui si possono immaginare per il futuro a breve e
medio termine due scenari, uno
ottimistico e l'altro pessimistico (v.
l'articolo "Peak oil and
the financial crisis"). Lo scenario ottimistico -- si fa per
dire -- prevede il da noi già citato periodo di "oscillazione": dopo il primo
"super-picco" il prezzo del petrolio crolla, poi la domanda riparte e
il prezzo raggiunge di nuovo un picco, finché non si raggiunge
un nuovo limite più basso
nella produzione di petrolio e si verificano nuovi ampi default sul
debito, ricominciando il ciclo daccapo. Quindi, si assiste a
una temporanea (apparente) ripresa
con il mondo che oscilla tra fasi di
petrolio ad alto prezzo e sua temporanea scarsità e fasi di
basso
prezzo ma scarsa disponibilità di credito. Lo scenario pessimistico, invece,
prevede un collasso dell'intero sistema finanziario, che lo scenario
ottimistico semplicemente procrastina (forse fino a quando una
consapevolezza diffusa della realtà non scatenerà il panico generale).
Perchè
non esiste una via d'uscita
Il problema è che sembra NON
esistere alcuna "via d'uscita":
l'idea che si possa realizzare per tempo -- come molti sognano -- una
transizione da un'economia completamente basata sul petrolio a
una basata sull'idrogeno
e sull'energia da fonti rinnovabili
(e
"pulite") appare del tutto illusoria.
Conosco bene questo tipo di economia propagandata dagli
economisti essendo stato consulente
per una società italiana leader in tale campo, e posso dire --
senza
entrare in noiosi dettagli sulle singole tecnologie -- che tale
transizione ha tempi molto lunghi, i quali (anche
se esiste una forte volontà politica) si misurano in decenni,
non certo in anni. Al contrario, le crescite di tipo
esponenziale
o quasi -- come quelle della
curva del prezzo del petrolio e della forbice tra
domanda e offerta di petrolio -- sono molto rapide, e ora ci troviamo
proprio in
prossimità della fase di crescita più ripida di queste due
curve, che inizia una volta superato il picco di
Hubbert, cosa che oggi si ritiene essere avvenuta nel 2008.
Figura 12.
Dettaglio della produzione mondiale di petrolio tra il 2004 e il 2008.
Si noti come già da molti anni si sia sostanzialmente raggiunto
un
plateau -- segnalato dalla banda più scura -- prima del
verosimile
netto declino. La forma "a plateau"
assunta dalla curva riflette sia il raggiunto limite nella
capacità di produzione
sia la staticità della domanda dovuta ai prezzi elevati. (fonte: The Oil Drum su dati EIA)
Dunque, il problema è che verosimilmente NON ci sarà il tempo per la
"sostituzione" del
petrolio nella nostra economia prima che quest'ultima venga
letteralmente stritolata dall'aumento del prezzo del petrolio. Infatti,
come abbiamo già visto nel 2008 quando si raggiunsero i prezzi
record di circa 145$ al barile, l'aumento del prezzo del petrolio
provoca, a
cascata, un aumento generalizzato dei
prezzi, a partire da quelli della benzina e dei prodotti
agricoli (quest'ultimo causato dai
maggiori costi di trasporto e, soprattutto, dal fatto che con il
caro-petrolio sempre più terreni
agricoli vengono usati per produrre colture da cui estrarre un po' di
biocarburanti), ma anche delle materie
prime e in seguito, come
conseguenza, di beni e servizi. In altre
parole, un aumento vertiginoso del prezzo del petrolio provoca un
forte aumento dell'inflazione,
e finisce per "strangolare" per
prime le categorie più esposte
all'uso di derivati del petrolio: dalle compagnie aeree agli
autotrasportatori,
dai pescatori ai pendolari.
Inoltre, la transizione da
un'economia
del petrolio a un'economia basata su idrogeno e fonti rinnovabili NON è "a costo zero" dal
punto di vista energetico: in
altre parole, una civiltà che ha superato il picco di Hubbert si
trova a disporre di (sempre) meno petrolio di quanto richiesto dalla
sua economia; ma, per creare la quantità sterminata di pannelli
fotovoltaici, di generatori eolici, di auto a idrogeno, etc. -- e
soprattutto tutta l'infrastruttura (reti e altro) -- necessaria
per effettuare la transizione a una società oil-free, occorre una
quantità
di energia elettrica enorme,
ed oggi la maggior parte di tale energia è prodotta proprio da
quelle che
saranno sempre più costose e preziose fonti
fossili, come appunto il petrolio. Dunque, come illustrato da alcuni
articoli più tecnici postati nell'ottimo sito The Oil Drum, in
realtà nel
disperato tentativo di sfuggire
ai problemi della fine del petrolio,
il "gatto finirebbe col mordersi la coda", accelerando -- in una sorta
di spirale perversa -- il
consumo del petrolio mondiale residuo, e quindi la folle corsa dell'umanità verso
la catastrofe.
In altre parole, il
superamento del picco del petrolio, proprio a causa della rapidità delle sue
conseguenze e del fatto che la
transizione all'economia dell'idrogeno e delle fonti rinnovabili
avrebbe dovuto essere iniziata
con almeno una ventina d'anni di anticipo rispetto al picco di Hubbert
-- cioè, appunto, circa vent'anni
fa
-- NON lascia probabilmente alla
nostra civiltà tecnologica alcuna via d'uscita, cioè nessuno scampo. Infatti,
nell'affrontare il problema del declino del petrolio, che è di
natura strutturale,
non c'è alcun
modo di "mettere la polvere sotto il tappeto", come fatto in un certo
senso dai Governi per
superare la
crisi finanziaria iniziata alla fine del 2007, o di fare altri
"giochetti"
molto cari ai
nostri politici e alla "finanza creativa": quando la produzione del
petrolio mondiale inizierà a diminuire chiaramente, ed i suoi
effetti a prolungarsi e ad esacerbarsi -- e inoltre l'umanità
intera
prenderà consapevolezza
della situazione precipitando nel
pessimismo e nella disperazione -- sarà davvero l'inizio della fine.
Figura 13. Diagramma a punti che mostra, su un periodo di
diversi anni, la quantità giornaliera di petrolio prodotta in un
dato mese e il prezzo del petrolio in quello stesso mese. Avvicinandosi
al plateau di produzione di circa 74 barili al giorno (v. la precedente
figura) nonostante il prezzo schizzi in alto -- raggiungendo nel luglio
2008 il record di 147$ al barile -- la produzione aumenta ben poco: un
chiaro segno del fatto che il plateau è il "picco del petrolio"
e che, in ogni caso, si è raggiunto un "punto di rottura". A
quel punto, la crisi è inevitabile e non c'è una vera via
d'uscita. (fonte: The Oil Drum)
Il problema più
pesante, come sottolinea anche l'International
Energy Agency, non è tanto la scarsità di denaro o di
potenziali risorse per sostituire (almeno in parte) il petrolio, ma la mancanza di tempo. In realtà,
esiste una
possibilità teorica per "rinviare" per un po' i gravi
problemi derivanti da una produzione di petrolio largamente inferiore
alla
domanda da consumi crescenti, ed è quello di una drastica riduzione della popolazione
mondiale, o meglio di quella dei Paesi maggiori consumatori: Occidente
e
Cina -- o più in generale Asia
--
in testa. Ma, come abbiamo
già visto all'inizio di questo lungo excursus, una riduzione in tempi
rapidi della popolazione
planetaria può avvenire solo attraverso due eventi altamente drammatici: una
guerra nucleare
o una pandemia
altamente letale. Tuttavia, essendo l'Asia il luogo di produzione della
maggior parte dei beni che consumiamo, ciò condurrebbe comunque
a un catastrofico collasso per
la nostra civiltà tecnologica. Dunque, ad esso pare che non si
sfugga.
Le fasi
verso il collasso sistemico
Ora ci troviamo all’inizio della parte
più ripida
della salita dei prezzi del petrolio, che dà origine a un processo articolato verosimilmente
in tre fasi: (Fase 1,
già conclusasi)
una prima crescita record dei prezzi del petrolio, dei prodotti
agricoli, delle materie prime e dell’inflazione,
che innesca una recessione globale;
(Fase 2) dopo due o più cicli di crisi economica e
apparente ripresa in cui il prezzo del petrolio crea ogni volta una
"bolla" che poi scoppia, l'onere è trasferito
sempre più al consumatore finale sotto forma di un aumento
generalizzato dei
prezzi di beni e
servizi,
l’inflazione diventa a due cifre e inizia una pericolosa stagflazione che porta a una Grande Depressione; (Fase 3) il
superamento di soglie
critiche, magari accompagnato da un collasso dei rifornimenti ed
all’impossibilità di "sostituzione" per mancanza di tempo,
provoca una o più serie conseguenze tra le seguenti: (1)
collasso del sistema economico-finanziario,
(2) collasso dei
sistemi socio-politici, (3) conflitti con probabile
impiego di armi nucleari.
Ci troviamo, attualmente
(luglio '09), all'inizio della Fase
2
della strada che conduce a un esito catastrofico: ci stiamo
(solo) all'apparenza riprendendo dalla più profonda crisi
economica
degli ultimi 80 anni, e il prezzo del petrolio sta di nuovo viaggiando
velocemente minacciando di raggiungere presto nuovi massimi.
Poiché tali massimi non sono sostenibili per lungo tempo,
è possibile che vi siano più
cicli di profonda crisi economica e di apparente ripresa prima
che si entri in pieno nella Fase 2,
e cioè nella più
Grande Depressione della Storia. Già in ciascuno di tali cicli,
tuttavia, il rischio
di una "fusione del nocciolo" (financial
meltdown) del sistema economico-finanziario
sarà sempre più elevato, e potrà essere forse
scongiurato -- non evitando, però, altri fallimenti
di banche,
compagnie aeree, aziende varie, etc. -- solo al prezzo di nuovi
grossi interventi economici statali, che di conseguenza aumenteranno il
rischio
di default degli Stati medesimi e di crac
globale (Fase 3), esito che
potrebbe diventare via via sempre più probabile.
Figura 14. Il trend della
disoccupazione negli Stati Uniti. Alla data di giugno 2009, non si vede
ancora il minimo segno di un'inversione di tendenza. Anzi, altri dati
rivelano che la situazione è anche peggiore perché sta
crescendo il part-time obbligatorio e, se si includono anche questi
casi, il cosiddetto "tasso di sofferenza" ha già raggiunto oltre
il 18%, cioè quasi un 1/5, della forza lavoro. (fonte: U.S.
Bureau of Labor Statistics)
Vi è poi un altro
tipo di minaccia, di tipo geopolitico.
Infatti, i Paesi più
"energivori" sono tra quelli che dispongono di "riserve" (nel senso di
giacimenti) più
limitate: quasi il 70% delle attuali
riserve di petrolio si trova in Medio Oriente, mentre più del
75% delle riserve di gas naturale si trovano in Medio
Oriente e Paesi dell'Ex-Unione Sovietica. Ciò è una
minaccia per la continuità
dell'approvvigionamento di tali risorse: perfino un attacco
terroristico o militare al porto saudita dove transita il 12% del
petrolio mondiale sarebbe catastrofico.
Perciò, alcune
nazioni sono già in gara per l'accaparramento delle ultime
riserve, e la guerra
costituisce -- e costituirà sempre più -- uno strumento
privilegiato di tale strategia. Inoltre, un prezzo del
petrolio molto più alto può essere sopportato bene dalla
Cina ma non dall'Occidente, che dunque ha una "soglia
del dolore" più bassa. E in una situazione ancora
peggiore si
trovano i Paesi poveri, in quanto il
caro-petrolio si accompagna a prezzi più elevati per il
cibo e per altre risorse essenziali, ponendo laggiù le
basi per pericolose instabilità
civili e sociali.
La nostra civiltà tecnologica, ammesso che riesca a evitare
una fine prematura per un collasso economico-finanziario, rischia
quindi di finire per un collasso dei sistemi
socio-politici. Infatti, nella crescita esponenziale del prezzo
del petrolio (e dei generi alimentari che l'accompagnerà
strettamente), il Terzo Mondo,
non potendosi affatto permettere i prezzi che potrà (almeno
inizialmente) permettersi il più ricco Occidente, entrerà
per primo in una situazione gravissima,
caratterizzata da: escalation dei morti a causa della fame, calo
drammatico della soglia di povertà, disordini
socio-politici, guerre,
genocidi, etc. Dopodiché, sempre che la situazione del Terzo
mondo
non inneschi prima un conflitto globale, all'ulteriore crescere del
prezzo medio del petrolio toccherà all'Occidente
entrare nella fase critica --
caratterizzata, verosimilmente, da black-out
elettrici e
penuria di carburante per i trasporti -- che
metterà sotto un fortissimo (e sempre maggiore) stress i propri
sistemi socio-politici.
Perché l'Italia è il Paese
che sta peggio
Ritengo opportuno aprire
una parentesi sulla situazione italiana in tale contesto, poiché
il nostro Paese è forse quello che nel complesso sta peggio in assoluto, sia
perché ha il terzo debito
pubblico più alto al mondo sia perché -- come
vedremo -- è il più esposto al rischio di un collasso
sistemico, dipendendo quasi completamente dall'estero per l'approvvigionamento
di energia (sia elettrica che carburanti), nonché dal trasporto su gomma di tutte le
merci. Ma per capire quali siano i rischi concreti per l'Italia,
riteniamo opportuno rammentare (in quanto ci servirà come
parametro di riferimento) che, quando il 23 dicembre 2001 l'Argentina andò in bancarotta,
si trovava al terzo anno
consecutivo di recessione economica e il suo debito pubblico aveva
raggiunto il 140% del PIL:
ricordatevi questo numero. Il default, oltre a ripercuotersi sulle
obbligazioni (i famosi bond)
dei risparmiatori italiani, provocò una perdita di valore della moneta
argentina di quasi l'80 per cento: come se un euro valesse
all'improvviso solo 20 centesimi.
Abbiamo visto in precedenza che il mondo è destinato a entrare prima o poi
(probabilmente più prima che poi, come nel '29) in una Grande
Depressione a causa dei prezzi alti dell'energia. In tale situazione,
saranno necessari altri salvataggi
di banche e assicurazioni per evitare di far saltare la mega-bomba a
orologeria dei Credit Default Swap (che nel mondo ammontano a circa 500
trilioni di dollari, ovvero dieci
volte di più dell'intero PIL mondiale, che è di 50
milioni di dollari), in quanto ciò significherebbe collasso immediato del sistema
economico-finanziario. Ma tali salvataggi comporteranno un forte
peggioramento del debito pubblico di molti Paesi. A quel punto,
probabilmente qualche Stato
andrà in bancarotta, con il rischio concreto di trascinarne con
sé altri per effetto domino. In pratica, uno Stato va in
bancarotta quando non riesce a piazzare sul mercato le proprie obbligazioni, con le quali paga gli
interessi sul proprio debito: non a caso, prima di andare in default
l'Argentina offriva bond con interessi a due cifre.
La domanda, quindi, è: quale
Stato andrà in bancarotta per primo? Gli Stati Uniti, che
prima della crisi avevano un debito pubblico pari a circa il 60% del
PIL (vedi Fig. 9), viaggiano verso un debito già pericoloso del 100% del
PIL, che potrebbe essere ampiamente superato in caso di ulteriori
"salvataggi". Finora, la Cina
ha acquistato le obbligazioni emesse dal Tesoro USA, di cui è il
principale acquirente, ma non è chiaro se sarà disposta a
farlo nel caso in cui si rendesse conto di star comprando solo "carta
straccia". In Europa, sono a rischio
bancarotta, in particolare, alcuni Paesi dell'Est (che
però sono economie abbastanza piccole) e la Grecia, che ha un debito pubblico
pari al 95% del PIL ed, essendo "sotto i riflettori", in futuro
potrebbe avere grosse difficoltà a piazzare le proprie
obbligazioni.
L'Italia ha oggi un debito pari
quasi al 110% del PIL, anche
se non è stato finora peggiorato da salvataggi o piani di
stimolo dell'economia, per cui rimane uno dei Paesi candidati alla bancarotta (in prima o in seconda
battuta).
L'Italia, per giunta, è
probabilmente il Paese avanzato più
esposto al rischio di un collasso
sistemico. Infatti, noi dipendiamo per ben oltre l'80%
dall'estero per l'approvvigionamento di energia elettrica (o dei
combustibili necessari a produrla), il che si traduce in un alto
rischio di black-out, anche
permanenti, in caso di una seria crisi internazionale che coinvolga
dei Paesi da cui dipendiamo, oppure di una bancarotta del nostro Paese
(possibile fra un paio di anni, se non prima). Idem per quanto riguarda
i carburanti per
i trasporti, con l'ulteriore
aggravante che in Italia il trasporto delle merci avviene quasi
esclusivamente su gomma, con
potenziali catastrofiche conseguenze nella fase più acuta di una
crisi, come quella provocata dal naturale e rapido declino della
produzione mondiale
di petrolio e gas naturale. E, in una società come la nostra,
sono sufficienti 10-15 giorni di interruzione
di servizi quali energia e trasporti per
portare il
Paese a un collasso che, prolungandosi oltre, degenererebbe
causando milioni di morti.
Un
problema gravissimo ma ignorato
I Governi e i
loro consiglieri hanno notevoli responsabilità nel non aver
avuto la percezione dell'urgenza
del problema "picco del petrolio" né, tanto meno, delle
conseguenze a cui si va incontro quando si raggiunge e supera tale
picco. E
pare che
continuino ancora oggi a vivere nel
passato, immaginando che il
problema non possa essere più grave del cambiamento
climatico, su cui amano concentrare qualche modesto sforzo,
peraltro più "di facciata" che sostanziale. Buona parte di tale
profonda ignoranza va
attribuita all'International
Energy Agency (IEA), che, per motivi su cui preferiamo tacere,
per anni ha fornito previsioni largamente
ottimistiche su produzione e disponibilità del petrolio
(nonché sul suo prezzo) poi sistematicamente rivelatesi
sbagliate.
Oggi, l'unica fonte affidabile sull'argomento
è rappresentata dall'ASPO,
l'Association for the Peak of Oil and
Gas, che in quanto ad autorevolezza e indipendenza è l'equivalente
dell'IPCC (International Panel for
Climate Change) per il riscaldamento
globale.
A differenza del riscaldamento globale, tuttavia, il picco del petrolio
è
un argomento troppo nuovo e interdisciplinare per attirare
l'interesse della maggior parte degli esperti "tradizionali",
così sembra non esistere
nei media e nella coscienza collettiva. Addirittura, se nel 2007 si
faceva una ricerca nel database ScienceDirect,
si trovavano solo 24 articoli
scientifici contenenti nel titolo o nell'abstract il termine
"Peak Oil", contro ben 1800 articoli contenenti "Global Warming"! Tra
l'altro, il picco del petrolio e il riscaldamento
globale indotto dall'uso sconsiderato dei combustibili fossili
nell'ultimo secolo rappresentano due
lati
della stessa medaglia, e molte delle soluzioni proposte per il
riscaldamento globale -- energie rinnovabili, migliore efficienza
energetica, etc.
-- sono utili anche per il picco del petrolio. Prima o poi i politici,
gli economisti, gli scienziati, e tutti i semplici cittadini si accorgeranno del nuovo problema,
ma sarà tardi.
Figura 15. Le statistiche di Google
Trends mostrano come il "picco del petrolio" sia stato, negli ultimi
anni, un argomento quasi del tutto ignorato nelle ricerche di
informazioni su Google rispetto al "riscaldamento globale", nonostante
il primo sia di gran lunga il problema più serio e urgente per
il nostro futuro prossimo. (fonte: ASPO)
Occorre invece
sottolineare la gravità del
problema, che è sotto ogni aspetto di gran lunga
superiore per urgenza e probabili conseguenze a quella del
riscaldamento globale. Durante la crisi
petrolifera del '73, dovuta al boicottaggio arabo, la
discrepanza tra offerta e domanda (cioè
la spare capacity)
raggiunse appena il -5%, ovvero l'offerta era "solo" del 5% inferiore
alla domanda, e comunque lo fu solo per un tempo limitato. E già questo
fu sufficiente a quadruplicare
il prezzo del petrolio, e a provocare inflazione a due cifre, auto a
targhe alterne, file interminabili ai distributori di benzina. Ma nello
scenario "post-picco del petrolio" il gap
negativo
tra la capacità di produzione e la domanda si stima che
cresca intorno al 4% l'anno
(che è il tasso di declino annuale iniziale dei pozzi, che di
solito dopo pochi anni sale al 10% e più), il che porta a un gap
negativo di almeno il 20% in meno di
cinque anni: un vero disastro, altro che -5% degli anni
Settanta!
Con un calo di questa entità, anche la contrazione economica --
cioè, in pratica, il calo del
PIL cumulato nell'arco di pochi anni -- potrebbe dunque essere
altrettanto grande, ovvero a due cifre,
con tutte le catastrofiche conseguenze che ciò comporterebbe in
un sistema economico-finanziario fondato
sul presupposto dell'espansione, resa possibile solo
dall'energia
fornita dal petrolio a basso prezzo, grazie alla quale l'1% della
popolazione mondiale produce cibo per il restante 99%. Perciò,
è inevitabile che la
recessione
economica iniziata alla fine del 2007, seguita da un'apparente ripresa,
sfoci prima o poi in una Grande
Depressione
(come successe anche nel 1929). Ma questa volta, essendo la
sua causa fondamentale il
declino della fonte-chiave di energia della nostra civiltà
tecnologica, sarà molto
più grave di quella degli anni Trenta, che, in pratica,
fu poco più dello scoppio di una grossa bolla speculativa nel
mercato azionario dell'epoca.
Molti, fra l'altro,
ignorano del tutto che oltre al "fattore tempo" esiste un altro, e non
meno importante, problema di fondo.
Il petrolio, infatti, rappresenta oggi il 35% dell'energia
mondiale generata (ma insieme al gas oltre il 55%) e circa il 90% dell'energia usata nei
trasporti (nei quali le fonti rinnovabili hanno un'incidenza quasi
nulla). L'energia fornita dalla produzione corrente di petrolio
è quindi enorme, equivalente al lavoro 24 ore su 24 di ben 22 miliardi di schiavi. Ebbene,
anche secondo l'ASPO è virtualmente inconcepibile che la
produzione di energia dalle possibili fonti
alternative possa essere aumentata al punto da compensare il
declino di petrolio e gas. Infatti, il gas naturale
è anch'esso assai prossimo al picco, e pure le altre sorgenti
primarie di
energia (carbone e uranio) sono soggette a un rapido
esaurimento, mentre la transizione alle fonti rinnovabili richiede,
paradossalmente, un'enorme quantità di energia e inoltre con
esse -- come
già per i biocarburanti -- l'area disponibile tende a saturare.
Figura 16. I consumi energetici
mondiali. Si noti come nel loro complesso i combustibili fossili
(petrolio + gas +
carbone) forniscano addirittura l'80% circa del
totale mondiale dell'energia consumata. (Fonte: IEA - Key World
Statistics 2003)
Alcune false credenze sull'argomento
Circolano spesso, tra la
gente comune e perfino tra alcuni esperti, idee errate riguardanti il problema
del picco del petrolio. Alcune nascono dalla semplice ignoranza dei dati. Quanti sanno, ad
esempio, quali sono quantitativamente gli utilizzi del petrolio? Ben
pochi, visto che il 99% dei siti sul picco e la fine del petrolio non
ne parlano! Ebbene, secondo alcune stime di tecnici del settore, circa
il 55% di un barile di petrolio
diventa carburante,
il 20% olio combustibile per produzione elettrica e usi industriali,
oltre il 10% serve per il riscaldamento, mentre il resto va in bitumi,
lubrificanti e altri prodotti lavorati (plastica, tessuti, etc.), come
mostrato dalla tabella qui sotto. È interessante sapere che un
barile di petrolio (pari a 158 litri) fornisce un'energia di 1.650 kWh, pari ai consumi elettrici
di una famiglia in sette mesi e mezzo, oppure equivalente al lavoro di 5 schiavi per 12 ore al
giorno per un anno. In Italia, mediamente una persona consuma 5 litri
di petrolio al giorno, ossia circa un barile di petrolio al mese.
Di
un barile di petrolio il
|
Diventa...
|
23%
|
Gasolio
auto
|
22%
|
Benzina
|
20%
|
Olio
combustibile per utilizzi industriali o per la produzione elettrica
|
10%
|
Gasolio
per riscaldamento
|
7%
|
Kerosene
per il trasporto aereo
|
5%
|
Gpl
per auto e riscaldamento
|
5%
|
Bitumi
(ad es., per realizzare asfalti)
|
5%
|
Prodotti
lavorati vari (plastica, tessuti, etc.) |
3%
|
Lubrificanti
|
Tabella 2. I vari utilizzi tipici di
un barile di petrolio, espressi in maniera quantitativa.
Ebbene, è una falsa credenza che sia
possibile sostituire il petrolio nel suo uso principale con
i biocarburanti, cioè
carburanti di origine vegetale. Infatti, anche se gli
Stati Uniti per ipotesi convertissero tutto il mais da loro prodotto
in bio-diesel (da sottrarre, però, all'attuale uso alimentare),
coprirebbero solo il 12% della
propria domanda di
carburanti. Dunque, non è possibile rimpiazzare i derivati del
petrolio con i biocarburanti senza provocare un serio impatto sulla disponibilità
di cibo per noi stessi e sui prezzi
dei generi alimentari. Non stupisce quindi che, secondo uno studio
della Banca
Mondiale, i biocarburanti -- soprattutto dove gli agricoltori sono
stati indotti da incentivi statali a dedicare parte dei propri campi
a tale produzione -- hanno distorto i mercati, provocando nel 2008 un'impennata
fino al 75%
dei prezzi alimentari
mondiali. In seguito a tale rapporto, la
Commissione Europea è finita sul banco degli imputati per aver
fissato come obiettivo per il 2020 la quota di carburanti di origine
vegetale al 10%.
Un'altra idea comune è che, per affrontare il problema del picco
del petrolio, sia utile aumentare l'efficienza
energetica: ad es. producendo calore con fonti rinnovabili e non
con fonti pregiate di energia, come invece sono l'olio combustibile o
quella elettrica
(quest'ultima ricavata magari da una centrale a olio combustibile
sfruttando solo il 50% del calore prodotto). Il paradosso è che ciò
permette alla popolazione e all'economia di crescere a livelli ancora
più insostenibili, senza affrontare le vere cause: lo stile di vita, la
sovrappopolazione, etc. L'umanità tende sempre ad agire in modo miope, guardando solo all'oggi, e
compie azioni che realizzano una sorta di "effetto molla": i cittadini riducono i km
percorsi in auto, le imprese i margini di
profitto, lo
Stato le tasse sulla benzina, etc. Più si
tamponano i sintomi e più la molla si carica, finché, finite le
"carte da giocare", scatta
all'improvviso con un effetto simile a quello dell'acqua quando
rompe gli argini, facendo precipitare in breve tempo la situazione.
Figura 17.
La "nostra scelta" riguarda come vogliamo arrivare in pochissimi anni a
un livello e ad uno stile di vita sostenibili: possiamo tentare di
gestire la difficile e al tempo stesso rapidissima transizione oppure
lasciare che sia una catastrofe a farlo per noi. Quest'ultima sembra
essere la strada che abbiamo da tempo imboccato.
Un'altra falsa credenza è che il prezzo crescente del petrolio
dipenda dalla speculazione.
Questa gioca certamente un ruolo importante sul breve e medio termine
(da ore a mesi), ma non sul lungo
termine (anni), in quanto essa semplicemente "scommette" in
anticipo sui futuri trend (assolutamente reali) di domanda e offerta: se questi trend
poi non si verificano, gli speculatori non guadagnano bensì
perdono; in più, se essi spingessero i prezzi a livelli
ingiustificati, la domanda si contrarrebbe e loro rimarrebbero con
"piscine" di petrolio invendute! Pertanto, non servirebbe
a nulla chiudere il mercato dei futures
sul petrolio -- ossia la possibilità di agire della speculazione
finanziaria -- nel tentativo di proteggere l'economia e la finanza (anche se tale mercato,
oggi libero, va regolamentato).
Sarebbe anzi un errore,
perché la funzione preziosa del mercato
dei futures
e della finanza in generale è proprio quella di anticipare le tendenze
in atto
nel mondo reale, e dunque di fornire un prezioso "campanello
d'allarme".
A proposito di speculazione, come sottolinea Tverberg in uno dei suoi
ultimi articoli, in una contrazione
economica seria il prezzo medio
del petrolio (che, paradossalmente, ne è la causa) e di tutte le
altre commodity tende a calare -- quasi per un'ironia
della sorte -- non a crescere. Infatti, la già
citata restrizione del credito che si ha quando si
verificano molti default privati sul debito, oltre a rappresentare un problema di per
sè, significa prezzi
più bassi (pure per il petrolio), oltre che meno fondi da investire sia per
realizzare nuove infrastrutture (strade, reti elettriche, satelliti
GPS, etc.) sia per manutenere le
vecchie e per puntare su alternative
al petrolio più o meno palliative come le fonti
rinnovabili, le auto a idrogeno, etc. E, in un contesto di scarso
credito, minori capitali da investire e prezzi bassi, non solo la base industriale
tende a collassare, ma il declino della produzione di petrolio
sarebbe molto più rapido
di quanto previsto dai soliti modelli business-as-usual,
peggiorando ulteriormente le cose.
La fine
della civiltà tecnologica
Dunque, oggi ci troviamo in una fase critica della Storia dell'Uomo e
della Civiltà, che in qualche modo vedrà la fine della
civiltà tecnologica come noi la conosciamo. La prima
metà dell'Età
del Petrolio -- iniziata circa due secoli fa e appena finita --
è stata caratterizzata dall'espansione,
basata sulla disponibilità di tanta energia a basso
prezzo ricavata dal petrolio, ed ha visto lo sviluppo di un sistema
finanziario fondato sul presupposto della crescita perpetua, che ha
potuto creare falsa liquidità
in quanto le banche prestavano più di quanto avessero in
deposito. La seconda metà dell'Età
del Petrolio, invece, è (e sarà sempre più)
caratterizzata da una scarsa
disponibilità di energia a basso prezzo e dunque dalla contrazione, per gestire la quale
occorrerebbe un nuovo sistema
economico-finanziario (una improbabile economia di "stato
stazionario")
oltre che uno stile di vita profondamente
diverso, intollerabile per
chi ha estratto e consumato i combustibili fossili al massimo ritmo possibile.
Figura 18. Probabilmente, le "armi
di distruzione di massa" che per prime porranno fine alla nostra
civiltà tecnologica sono i derivati, strumenti creati da
un'ingegneria finanziaria priva di scrupoli. Si pensi che l'intero (e
regolamentato) mercato borsistico americano rappresenta appena il 2%,
in quanto a dimensioni, del mercato mondiale dei derivati (che non
è regolamentato): una vera "Santa Barbara" pronta ad esplodere.
Non è difficile cogliere la tragica ironia del declino della
produzione del petrolio: più
si è efficienti nell'estrarre e nel mettere sul mercato
questa risorsa e prima essa diventa abbastanza scarsa da mettere il
mondo nei guai. E oggi, di
questa situazione non ancora compresa dai più, purtroppo ne
vediamo chiaramente i sintomi,
se si "vuole vederli": crescita del prezzo del petrolio, crisi
economica, aumento di fame e guerre, disoccupazione, etc. D'altronde, l'uomo
è bravissimo
a fare, in nome del profitto immediato
e dell'interesse personale, il contrario di ciò che
dovrebbe. Siamo
giunti, quindi, a un punto di svolta.
La Storia ci insegna che
la recessione economica e le ingiustizie economico-sociali portano a risposte violente, come
insurrezioni, conflitti civili e guerre. E mai come oggi sono grandi --
e si vanno sempre più allargando -- le disparità tra Paesi ricchi e
Paesi poveri (nonché tra cittadini ricchi e poveri all'interno
di uno stesso Paese), e tra "gente
comune" da una parte e manager, finanzieri, politici dall'altra.
Se guardiamo la situazione attuale in una prospettiva storica, forse possiamo
coglierne la sua drammaticità. Dall'Ottocento, il benessere
portato dal petrolio ha dato luogo a un boom
della disponibilità di cibo e
della popolazione mondiale. L'uomo, infatti, è
la prima specie animale ad aver utilizzato fonti esterne di energia, con le
quali ha sostituito il lavoro degli schiavi. Grazie ad esse, la moderna
agricoltura è quasi 40 volte più efficiente,
in termini di cibo prodotto, di quando il lavoro veniva svolto
dall'uomo e dagli animali anziché dalle macchine. Ora,
però, ci troviamo ad affrontare il rapido declino delle fonti di energia
primarie, e
al crollo della produzione di
petrolio
si accompagnerà inevitabilmente un catastrofico crollo della disponibilità di cibo
e della popolazione mondiale.
Quindi il picco del
petrolio oggi è, in ultima analisi, un
problema di sovrappopolazione,
oltre che, ovviamente, di consumi
individuali eccessivi.
Figura 19. Il picco della
popolazione
umana associato al picco della produzione del petrolio (e della
disponibilità di cibo). Dopo il picco di Hubbert ci si aspetta
un rapido crollo della popolazione mondiale quanto meno a un livello
sostenibile. (fonte: ASPO)
La più grande sfida a cui l'umanità è chiamata in
questo momento è tentare di gestire
tale transizione a un mondo post-petrolifero -- inevitabile e rapida --
nel
modo meno "doloroso"
possibile. È infatti impossibile che la popolazione mondiale
possa crollare a un livello sostenibile se non morendo per fame e per
guerre. D'altra parte, un eventuale conflitto
nucleare globale potrebbe rendere il pianeta invivibile per
l'uomo, e causarne di fatto l'estinzione.
Se mai qualcuno sopravviverà a una transizione di tale portata,
ciò significherà presumibilmente il ritorno a una condizione rurale tradizionale, con
comunità autosufficienti, se non addirittura a uno stadio
più primitivo. In effetti, oggi siamo su un treno che è
alla fine della sua corsa, ma a questo arresto imprevisto la nostra
civiltà tecnologica ci sta arrivando nel modo più veloce e violento possibile, il che non
rende difficile immaginare quali potranno essere le conseguenze.
In conclusione, il
raggiungimento del picco mondiale di produzione del petrolio
rappresenta quel punto della Storia
dell'umanità in cui la risorsa petrolio cessa di essere
abbondante (come è stata fino a pochi anni fa) e diventa scarsa, con conseguente aumento
esponenziale dei prezzi e con tutte le difficoltà economiche e
geopolitiche del caso. Il fatto che il petrolio sia una risorsa
preziosissima e di fatto NON
sostituibile su larga scala per il trasporto di merci e persone
nonché per la produzione di innumerevoli prodotti di uso comune
o
particolare, oltre alla crescita di Paesi come la Cina, che ha raddoppiato i consumi
di petrolio negli anni Novanta e ha un tasso di crescita simile a
quello delle economie occidentali nel Dopoguerra, rende purtroppo del
tutto impossibile, di fatto,
una transizione a una società post-petrolifera
(cioè basata sull'idrogeno, sulle fonti di energia rinnovabili e
su nuovi materiali) senza che lungo la strada si verifichino collassi
sistemici o altre situazioni
catastrofiche per l'intera umanità.
Una fine annunciata. Vi dice nulla
l'Isola di Pasqua? Come in tempi non sospetti raccontavo nel mio libro "Mondi futuri" (vedi a pag.146), su
quell'isola ricca di foreste 1600 anni fa viveva una civiltà
florida e sofisticata anche politicamente. Ma gli abitanti tagliarono a
un ritmo elevato gli alberi per costruire barche con cui procurarsi
cibo. Il rapido esaurimento di questa risorsa preziosa (il legno)
provocò la fame e lo scoppio di disordini gravissimi, e quando
nel 1772 gli europei
arrivarono sull'isola, i pochi superstiti vivevano in uno stato di
cannibalismo e violenza su un'isola sterile e desolata. La
società mondiale sta dunque semplicemente ripercorrendo le orme
di quanto già successo su scala più piccola all'Isola di
Pasqua. Detto in altre parole, la nostra civiltà tecnologica
oggi è un po' come un malato di tumore che scopre di avere una
metastasi e di essere in fase terminale, e noi individui siamo le
cellule (alcune sane, molte altre malate) di quell'organismo: quando
muore l'organismo, il nostro destino è segnato...
Post Scriptum.
Ho ricevuto da un lettore una e-mail che mi ha fatto capire come non
sia chiaro che qui si parla di eventi molto vicini nel tempo
(oltre che di una situazione senza precedenti: ai tempi della Grande
Depressione non esisteva la "super-bomba" odierna dei derivati,
inventati da una finanza senza né etica né regole!). Per
fortuna, mi aiutano due articoli che, al di là dei discorsi sul
petrolio e su problemi che possono sembrare al lettore lontani nel
futuro -- ma non lo sono! -- vanno al "nocciolo" della situazione
attuale, spiegando perché e come il sistema
economico-finanziario mondiale si trovi sull'orlo del collasso (con l'Italia in prima fila avendo il
terzo debito pubblico più grande al mondo): non che io non l'abbia fatto, ma la
chiarezza non è mai troppa! Vi consiglio, quindi, di leggerli
per intero. Eccoli: uno
e due.
Nota. Chi necessita di contattarmi per
motivi rilevanti sull'argomento "picco del petrolio", troverà i
miei recapiti nel
mio sito personale.
(Ultimo aggiornamento periodico: 10 luglio
2009)
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- Whipple T., The Peak Oil Crisis: Watching a Mega-Crisis,
FC News Online, 4/06/09.
- WSI, Derivati, una bomba da 700 trilioni di
dollari, Wall Street Italia, 22/10/08.
Siti Internet
I migliori
siti di riferimento per la maggior parte dei temi trattati in questa
pagina:
- Association
for the
Study of Peak Oil and Gas,
ASPO International. È l'associazione che fornisce i dati
più attendibili riguardo il petrolio ancora disponibile e fa
previsioni con sofisticati modelli. In particolare, sono utili le sue
newsletter (v. link qui sotto).
- ASPO
Newsletter, a cura di C. Campbell et al., Ireland, 2001-Today. Le
ultime annate danno un'idea del problema propedeutica e complementare a
"The Oil Drum". Ottime.
- The
Oil Drum, Discussions about Energy and Our Future. Il sito
più utile riguardo l'aspetto-chiave del problema picco del
petrolio: la connessione tra energia ed economia. Abbiamo selezionato
gli articoli migliori nella nostra bibliografia. Imprescindibile.
- Trading Economics,
Indicatori economici e grafici che permettono di farsi un'idea della
situazione economica di qualsiasi Paese del mondo, Italia compresa. Utilissimo.
- Wall Street Italia, News, dati
e analisi dal mondo finanziario. Permette di vivere "dal di dentro" la
situazione della finanza, che nell'immediato fa "scommesse" sul futuro,
ma che con un paio di trimestri di ritardo tende a riflettere lo stato
dell'economia reale.
- Charting
The Economy, Grafici "freschi" relativi alla situazione economica
degli Stati Uniti, che mostrano l'andamento di molti indicatori-chiave
relativi a disoccupazione, debito, risparmio personale, utilizzo
industriale, etc. Consiglio di guardare le più recenti 3 pagine
di post anziché direttamente le categorie nel menù a
destra. Interessante.
- Energy Bullettin del Post
Carbon Institute. Argomenti vari correlati al picco del petrolio.
- The
Oil Depletion Analysis Centre, ODAC. Promuove la
divulgazione del problema.
- Housing
Bubble Charts. Dati e grafici relativi all'esplosione della
"bolla" immobiliare USA.
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